Macbeth: burattino nelle mani delle donne.

Shakespeare eccelleva negli esordi dei propri drammi: quello del Macbeth è il più stupefacente di tutti. La cifra selvaggia del paesaggio, lo slittare improvviso di situazione e personaggi, le aspettative fomentate, sono in egual misura straordinari. 

Questa tragedia spicca sia per la squisita immaginazione, sia per la tumultuosa veemenza dell’azione; e l’una è il principio trainante dell’altra. 

Macbeth stesso sembra essere spinto dalla violenza del proprio fato come un vascello che va alla deriva sotto i colpi di una tempesta: i suoi discorsi e soliloqui sono scuri indovinelli che hanno per oggetto l’umana esistenza, e ogni soluzione è impedita, e Macbeth è preso in trappola da questi labirinti. È assente e disorientato nel pensiero, fulmineo e disperato nell’azione. La sua energia è sprigionata dall’ansia e dall’agitazione che gli turbano la mente. Il cieco precipitarsi contro gli oggetti della sua ambizione e rivalsa, o il suo rifuggire da essi, tradiscono allo stesso modo lo stato tormentoso dei suoi sentimenti. 

Questa parte del suo carattere è messa mirabilmente in risalto per contrasto con quella di Lady Macbeth, la cui ostinata forza di volontà e fermezza le consentono di prevalere sulle malferme attitudini del marito. Ella afferra immediatamente la possibilità di realizzare tutti i loro desideri di grandezza, e non perdere d’occhio l’obiettivo finale fino a che tutto non è compiuto. 

La vastità della sua determinazione quasi oscura la vastità della sua colpa. 

È una grandiosa donna crudele, che detestiamo, ma che più che odio, suscita paura; è malvagia, soltanto perché mossa da un grade scopo, e forse si distingue più per la sua dominante presenza di spirito e inesorabile volontà, che per la durezza del suo cuore o la mancanza di una naturale affettuosità. 

Ne’ la sofferenza che patisce per “tirare la corda del coraggio” di Macbeth, ne’ il rimprovero che gli rivolge, ovvero di essere “smarrito miseramente in se stesso”, ne’ la rassicurazione che “basterà un po’ d’acqua per lavare via questa colpa”, mostrano altro che una maggiore perseveranza nella depravazione. 

La sua ambizione dai nervi saldi munisce di coste d’acciaio “i fianchi dei disegni” del marito, ed intenta all’esecuzione del nefasto progetto con la stessa intrepida fermezza criminale con la quale, in altre circostanze, avrebbe dimostrato tolleranza al dolore. 

Il deliberato sacrificio di ogni altra alternativa pur di seguire “per i loro futuri giorni e le notti assoluta autorità sovrana e signoria”, tramite l’assassinio di Duncan, è egregiamente espressa con l’invocazione che fa all’udire “il fatale ingresso”, di Macbeth, “sotto i suoi spalti”

“Il corvo stesso che gracchia il fatale ingresso di Duncan sotto i miei spaldi, è rauco. Venite, oh voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta da capo a piedi, della più atroce crudeltà.  Ispessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà, affinché nessuna contrita visita dei sentimenti naturali scuota il mio feroce disegno o stabilisca una tregua tra lui e l’esecuzione.  Venite al mio seno di donna, prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, oh voi ministri d’assassinio, dovunque nelle vostre invisibili forme siate pronti a servire il male degli uomini.  Vieni, densa notte, e ammantati del più perso fumo d’inferno, perché il mio affilato pugnale non veda la ferita che fa, e il cielo non possa affacciarsi di sotto la coltre delle tenebre per gridare “Ferma!” ”

Questa ondata di esultanza, l’appassionato spirito di trionfo e solita, sostanziale, incarnata esibizione di passione, segnano un contrasto netto con la fredda, astratta, gratuita e servile malignità delle Streghe, che contribuiscono non meno a spingere Macbeth incontro al suo destino per puro amore del misfatto, e mosse dal puro gusto della depravazione e la crudeltà. Sono megere della nefandezza, oscene ruffiane dell’iniquità, rese maliziose da un’impotenza a gioire, infatuate dalla distruzione, dal momento che loro stesse sono irreali, abortive, esistenze dimezzate, che diventano sublimi con la loro impermeabilità a tutte le umane compassioni e con il disprezzo per tutti gli umani affari, proprio come Lady Macbeth lo diventa mediante la forza della propria passione! 

La sua colpa sembra sia stata un eccesso di quel forte principio dell’interesse personale e della gloria personale e della gloria familiare, stridenti con i sentimenti di giustizia e, che sono il marchio dei popoli e dei tempi barbarici. Proprio la riflessione sulla somiglianza del re addormentato con il proprio padre, le impedisce di assassinare Duncan con le sue stesse mani. 

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